Comunque vada non importa: Evangelion, l’io e la persona

“Darla vive arenata sul divano di casa”. Così recita la quarta di copertina di Comunque vada non importa, romanzo di esordio di Eleonora C. Caruso pubblicato da Indiana nel 2012. Ci ho messo ben due anni per comprarlo, due giorni per leggerlo e altri due anni per trovare il coraggio di analizzarlo per iscritto.
Ma ehi, meglio tardi che mai.

La copertina di Comunque vada non importa.

La copertina di Comunque vada non importa.

Darla non è esattamente la ragazza ideale: universitaria a tempo perso, più interessata a rewatchare Evangelion che a socializzare, colma di menefreghismo e velenoso sarcasmo. L’appartamento che condivide con il fratello Andrea è un ricettacolo di disordine, lei stessa dimostra di non curarsi affatto della propria persona. In effetti, tornando alla prima frase di questo articolo, sarebbe meglio dire che Darla non vive: trascorre le proprie giornate galleggiando nell’indifferenza e nell’apatia, incapace di provare sentimenti se non invidia e rabbia per un fratello bello, intelligente e tremendamente infelice.

Andrea è bulimico, e Darla lo sa. Tuttavia la ragazza non interviene mai per aiutarlo, nonostante le insistenze di Alessandro, il fidanzato di lui. Quando un giorno il fisico di Andrea cede, Darla si ritrova a dover rimettere insieme i pezzi della propria famiglia, e conseguentemente di se stessa, mettendosi faccia a faccia con i problemi che aveva sempre evitato.

Dal punto di vista prettamente stilistico, Comunque vada non importa è semplicemente magnifico. L’autrice si esibisce in una prosa semplice ed efficace, che oscilla agilmente tra delicatezza e cattiveria mantenendo al tempo stesso una compattezza e una coerenza interna di raro fascino. Emerge sin dal primo capitolo un certo gusto per le figure di senso, arricchite e svecchiate da un sentire personale che aggiunge potere visivo alle immagini proposte dalla voce narrante di Darla.

E a proposito di narrazione, la focalizzazione interna genera un effetto bizzarro, simile a quello straniamento di cui mi piace tanto vaneggiare. La prospettiva tramite cui vediamo il mondo, quella di Darla, è deformata da ironia e diffidenza: ogni cosa è valutata dalla nostra protagonista con disgusto e paura, sentimenti profondamente radicati nella sua mente.

Nemmeno Darla sfugge a questa spietata analisi: la ragazza si trova carente in quasi ogni cosa, inadeguata al mondo che la circonda. Cerca disperatamente attenzioni, ma una volta instaurati dei rapporti fa fatica a mantenerli, lasciando che amicizie e legami naufraghino nel silenzio. Insomma, Darla è la perfetta rappresentazione del dilemma del porcospino illustrato in Neon Genesis Evangelion: il disperato bisogno di amare qualcuno, ostacolato dal terrore di essere feriti.

E parlando di Evangelion, esso influenza Comunque vada non importa in più di un aspetto, primo fra tutti l’impostazione del sistema dei personaggi. Le persone sfiorate da Darla sembrano infatti acquisire una parte del suo essere, rispecchiando quegli aspetti della sua personalità con i quali la ragazza non vorrebbe mai confrontarsi. Da qui la sua necessità di fuggire: sia mentalmente, con i fumetti, gli anime e il rifiuto di ogni responsabilità, sia fisicamente, con un treno per Novara che somiglia alla linea Yamanote di Neo-Tokyo 3.

La stessa psicologia dietro i personaggi di Comunque vada non importa richiama in un certo modo Evangelion, anche se (e qui arriva lo svarione) si avvicina più alla psicologia dell’analisi transazionale che alla classica teoria freudiana.

Mi spiego meglio: nel disastrato mondo di Darla, distrutto da una madre anaffettiva e da un padre troppo distante, la ragazza si è persa nel proprio passato. Priva di un riconoscimento genitoriale, di una “autorizzazione a vivere”, Darla si ritrova incapace di affermare la propria stessa esistenza, e dimora indefinitamente in una falsa età dell’oro che rievoca di tanto in tanto. A causa di ciò, la sua personalità va dissolvendosi (e qui è indovinatissima la citazione al monologo di Rei Ayanami che precede uno dei massimi climax dell’opera), e si aggrappa a poche persone fondamentali per mantenersi intatta.

In altre parole, Darla proietta se stessa su tre distinti contenitori: suo padre, il Genitore che impone obblighi e sensi di colpa; Andrea, Bambino distruttivo e bisognoso di cure; Alessandro, l’Adulto che cerca di far emergere e di sostenere la vera Darla da questo groviglio di voci discordanti. Ed è peraltro straordinaria la forza di questa ragazza, che nonostante tutto continua ad aggrapparsi alla vita con tenacia e ostinazione invidiabili, trovando nelle proprie passioni una zona di conforto in cui ripararsi in caso di necessità.

Possiamo dunque parlare di un vero e proprio romanzo di formazione, con un’eroina che guadagna coscienza di sé mediante un doloroso processo di confronto con se stessa e col prossimo: pur conservando la propria singolarità e le proprie insicurezze, infatti, la Darla che chiude il romanzo è molto diversa da quella che lo ha cominciato, più matura e coraggiosa.

Ci sarebbero molte altre cose da aggiungere, ma non riuscirei a rendervi al cento per cento la bellezza di questa storia. Pertanto, non vi resta che leggerla: non ve ne pentirete.

Based-sama

Vent'anni e ancora guarda i cartoni animati. Ha una D nel nome, ma non la sbatta di imparare a usare l'haki. Un villain nato, spreme sempre il tubetto del dentifricio dalla parte di mezzo.
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A proposito di Based-sama

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