Il tamarro: encomio di una figura sottovalutata

Se pensate ai giovani e la Storia, vi verrà sicuramente in mente il concetto di scena: dal Rock’n’roll in poi l’identificazione in una scena è stato un elemento molto importante per i movimenti che hanno dato un contributo allo sviluppo della società nel renderla così com’è oggi. Nonostante mi sia lamentato dell’assenza di scene dei millennials, esiste una categoria di individui tanto attuale quanto longeva, mai troppo rilevante ma comunque sempre presente: il tamarro.

Il Treccani lo definisce come: “Persona, per lo più di periferia, dai modi e dall’aspetto rozzi, volgari, villani”. Ritengo però che sia una definizione che non rende giustizia alla categoria, sebbene riconosca come non sia per niente facile trovarne una univoca. Vuoi per l’eterogeneità degli elementi, per la lunga tradizione o per la presenza in ogni contesto urbano e non, è pressoché impossibile descrivere un tipico tamarro restando al passo coi tempi e coi luoghi. Cercherò dunque di dare una generalizzazione più ponderata del fenomeno.

Mister T, tamarro per eccellenza

Prima di tutto: il tamarro non sa o nega di esserlo.
Ci sono le ovvie eccezioni e si concentrano soprattutto nella figura del più noto coatto romano, così immerso nell’identità romana da essere qualche volta motivo di vanto. Può sembrare strano ma è difficile collocare socialmente il tamarro, perchè provare a distinguerli semplicemente in base al reddito o alla provincialità risulta spesso fallace. Anche l’accusa di ignoranza non è completamente esatta, visto che spesso i tamarri posseggono delle vere e proprie culture settoriali, musicali o legate a una parte un po’ remota della cultura pop.

Una caratterista fondamentale nell’individuazione della figura è l’eccessività: iperbolici nella lingua, tendono a portare il tutto all’estremo soprattutto nell’ostentazione e nello sfarzo. Da consegue da un lato un’estrema cura dei dettagli soprattutto nell’abbigliamento e negli oggetti che possono simboleggiare lo status come i cellulari o le automobili, dall’altro degli atteggiamenti spesso odiati come la rumorosità e l’impulsività.

In parte correlato al punto precedente è il fatto che il tamarro ha la tendenza a essere considerato trasgressivo: è buffo pensare come spesso condividano molti elementi, soprattutto nell’abbigliamento, con i cosiddetti alternativi, ritrovandosi a essere meno anticipatori degli stessi ma comunque precoci rispetto al diffondersi modaiolo di alcuni accessori com’è capitato negli esemplari casi dei piercing e i tatuaggi. Da notare come questa trasgressività si trasformi, nella definizione del Treccani, in rozzezza e volgarità, aggettivi non del tutto condivisibili, se ci si pensa bene.

Per questo il tamarro è spesso vittima non solo di svariate parodie ma soprattutto di un vero e proprio atteggiamento altero da parte dei borghesi e tal volta degli intellettuali. C’è anche chi si è costruito una carriera prendendo in giro la figura del tamarro in buona o in mala fede. Viene spontaneo domandarsi fino a che punto questa alterità sia leggitima: i tamarri infatti hanno un proprio sistema di valori, una propria estetica e una serie di comportamenti tipici e di ideali che si sono fatti spazio nel mondo, anche grazie leggi di mercato, fornendo tutto un ecosistema di prodotti, servizi e media a misura di tamarro. In un’ottica, ostentata dagli intellettuali, secondo cui non esiste uno stile di vita corretto o più in generale degli assoluti, la critica dei tamarri risulta quasi ipocrita.

Checco zalone, comico che ha fondato la sua carriera sulla parodia del tamarro

È vero, però, che quest’alterità è reciproca: se da un lato gli intellettuali prendono le distanze dai modi di fare e dai valori considerati rozzi dei tamarri grazia al residuo classismo ereditato dalle precedenti genrazioni, dall’altro lato questi ultimi in parte invidiano la classe, uno status e delle condizioni di vita elevate e in parte si sentono snobbati dal resto della società comportandosi pertanto allo stesso modo.

In fin dei conti, che colpe ne ha se si appartiene alla categoria o meno? Quanto dipende dalla volontà e quanto invece dalla propria storia come se vivessimo in un meccanicismo quasi deterministico? Se è vero che bene o male siamo liberi di  scegliere in parte il nostro futuro è vero anche che la mobilità sociale è sempre stata bassa, non tanto per una voglia di conservazione dello status quo quanto per l’influenza che effettivamente comporta il vivere calati in delle sottoreti delle grandi reti sociali. In parte è come se fossimo delle monadi ancorate alla nostra visione del mondo determinato e determinate da/per quello che è il nostro essere, le nostre ambizioni e le nostre scelte.

Forse è, dunque, il caso di abbassare semplicemente le ostilità, e scendere al patto che dobbiamo convivere con gente che vive in un mondo diverso dal nostro anche condividendo la stessa realtà.

Gioleppo

Giovane, irascibile, presuntuoso e A E S T H E T I C.
Decisamente uno che si fa le menate.
Gioleppo

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