L’inconsapevole cattiveria dello stakanovista

L’unione sovietica è tramontata da un bel po’ ormai e nelle sue ceneri rimane, oltre al degrado post-sovietico, tutto un immaginario guardato un po’ da lontano. In realtà, anche nella nostra società è rimasto qualcosa di nascosto: la figura mitica dello stakanovista. Questa, in realtà, non solo si sposa bene al capitalismo, ma riesce a sottolineare alcune ipocrisie tipiche dell’individuo plasmato dalla nostra cultura.

La figura non ha bisogno di presentazioni, serve, però, definire che cosa si intende per stakanovista capitalista. In questa sede, non parliamo del lavoratore infaticabile che, ingegnandosi in nuovi metodi, riesce a massimizzare la produttività per il bene della comunità ma l’uomo che, travolto dallo spirito di intraprendenza, dedica la sua intera esistenza al lavoro ma quella persona, tanto amata dal lavoro che dedica la sua intera esistenza all’azienda per cui lavora che ne sia proprietario o dipendente.

Il contrasto tra lavorare per vivere e vivere per lavorare è vecchio e non troppo dissimile dal corrispettivo sui ciccioni: parliamo di scelte dettate dalla propria mentalità e spesso dal modo in cui si viene cresciuti. Essendo sottoposti, piuttosto volontariamente, a una quantità impressionante di prodotti di intrattenimento statunitensi, ne assorbiamo passivamente la morale. Cresciamo con l’idea del sogno americano, da realizzare in terra natale (atteggiamento stupido in partenza) ma non possiamo rinunciare alla flessibilità e i modi di fare all’italiana. Da un lato, invidiamo elementi iconici, realizzatisi nei propri campi perché hanno donato anima e corpo in un unico obiettivo, dall’altro nessuno vuole veramente essere uno di loro, o per lo meno, è disposto a vivere in quei ritmi.

Immagine di propaganda sovietica erinterpretata con una bandiera americana

Questa ipocrisia di fondo nasce dal fatto che è davvero facile ambire, soprattutto data la cultura del costante miglioramento della generazione X da tentare nonostante gli effetti della crisi, ma lavorare con perseveranza è molto più difficile di quanto la retorica hollywoodiana ci porta a pensare. Ci sarebbe dire che anche gli americani stessi ci aggiungono un briciolo di contro-morale di loro: qualche volta c’è chi prova a schierarsi dal lato della famiglia tradizionale come salvezza da una vita triste di solo lavoro, ma raccontata in modo così spicciolo non risulta poi così convincente.

Proviamo, allora, a capire cosa comporta la presenza dello stakanovista capitalista nel nostro mondo attuale: una figura lodevole, sicuramente eccellente in ogni cosa che fa, il più delle volte iper specializzato, perché segue la sua vocazione da sempre. Fantastico, no? No. Lo stakanovista capitalista alza costantemente l’asticella di quello che il lavoratore può donare all’impresa, cosa che non sempre è positiva: in Italia ancora non arriviamo a crisi fisiche come accadeva nell’unione sovietica ma il passo potrebbe essere breve. In Giappone esiste il termine “karoshi” per chi muore di troppo lavoro e questi casi compaiono nelle cronache anche di altri stati, tutti capitalisti ovviamente.

In un periodo storico in cui la crisi economica, una delle cause del tasso di disoccupazione così preoccupante, la gente accetta lavori a quasi qualunque condizione, nonostante la retorica dei millennials schizzinosi sul lavoro. I sindacati stanno perdendo potere, da un lato per colpa dei lavoratori che non si lamentano del troppo sfruttamento, delle piccole truffe, gli straordinari non pagati, il lavoro in nero dilagante perché costretti se vogliono mantenere il posto, dall’altro perché impegnati i problemi interni o nelle proteste meno utili in questo momento.

Cosa accade dunque? Man mano che l’asticella si alza, i lavoratori che non sono iperspecializzati vengono lentamente tagliati fuori, spesso anche quando tutta questa specializzazione non serve. Spesso le aziende non vogliono fare formazione e tendono a scartare i curricula con maggiori competenze laterali preferendo le cosiddette hard skill dandosi un po’ la zappa sui piedi.

Si aggiunga un altro problema: realizzarsi non significa né fare tanti soldi, né fare carriera. Non intendo dire che fare la mamma è la gioia più bella del mondo ma la realizzazione non deve per forza arrivare dal lavoro così come lo intendono gli economisti senz’anima.

vignetta ironica sull'ipocrisia delle mamme frustrateOvviamente non voglio demonizzare chi decide di dedicarsi interamente al lavoro, semplicemente penso che questa scelta non sia delle migliori (sicuramente non fa per me) e prima di idolatrare ipocritamente i vari Steve Jobs di turno forse faremmo bene a rivalutare certi personaggi e pensare cosa accadrebbe se ognuno di noi ambisse a diventare uno stakanovista capitalista.

Gioleppo

Gioleppo

Giovane, irascibile, presuntuoso e A E S T H E T I C.
Decisamente uno che si fa le menate.
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A proposito di Gioleppo

Giovane, irascibile, presuntuoso e A E S T H E T I C. Decisamente uno che si fa le menate.

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