Medaka Box: lo shonen oltre lo shonen

Attenzione: questo articolo è al cento per cento Spoiler-free! Ciò significa che nessuna Ferrari è stata mutilata per scriverlo, anche se due koala albini sono stati sacrificati alla causa delle mie pantofole.

 

Fra tutte le qualità che i lettori cercano in un manga, la capacità di intrattenere è sicuramente la più importante. Perché diciamoci la verità: si può soprassedere su tutto, ma se un fumetto ci annoia lo molliamo. E parlando di intrattenimento, poche cose eguagliano Medaka Box.

Manga del 2009 in ventidue volumi (concluso ed edito in Italia da GP Manga) sceneggiato da NisiOisiN e disegnato da Akira Akatsuki, Medaka Box rappresenta la summa di tutti gli elementi caratteristici degli shonen.

La storia parte dall’Accademia Hakoniwa, prestigioso istituto giapponese che ha tra i suoi migliori studenti la matricola Medaka Kurokami.

Medaka_vestita_da_cane

La nostra eroina mostra le sue migliori qualità.

Grazie al suo charme e alla sua personalità dirompente (e nient’altro, giuro), Medaka riesce a farsi eleggere Presidentessa del Consiglio Studentesco con il 98% dei voti, e come prima disposizione istituisce una scatola degli aiuti (la Medaka Box, appunto). Tale scatola sarà deputata a raccogliere le richieste degli studenti, che saranno poi soddisfatte dai membri Consiglio Studentesco “ventiquattr’ore al giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno”. Da qui la trama decolla in un crescendo di assurdità, tra diabolici progetti segreti per la creazione del super-studente e clan segreti di “gente di riserva”.

La genialità dell’opera, nello specifico, consiste nella gestione innovativa di quelli che sono classicamente considerati i difetti e gli stereotipi del genere shonen, in primo luogo lo scenario della “scuola” che pare piuttosto un raduno di supertizi.

Fra gli allievi dell’istituto Hakoniwa, infatti, figurano i cosiddetti Anormali, soggetti con doti straordinarie concentrati in una singola sezione, la numero tredici. E tra questi Anormali, neanche a dirlo, c’è Medaka.

Peeerfettamente normale.

Peeerfettamente normale.

Passiamo così ad un altro dei tratti distintivi dell’opera: l’Overpower.

Normalmente, i personaggi Overpower andrebbero evitati: la loro comparsa costringe spesso a manovre sporche, che fanno precipitare rapidamente il livello di un fumetto verso il ridicolo (e sì, Madara, sto parlando con te).

Nel caso di Medaka Box, tuttavia, l’Overpower è sublimato perché tutti i personaggi sono Overpower. Sin dall’inizio del manga, Medaka mostra ogni genere di abilità, e così i suoi nemici, i cui poteri variano dal controllo delle onde elettromagnetiche, al potere di cancellare l’esistenza (!), fino a quello di “neutralizzare il protagonista”.

In questo modo l’Overpower diventa la regola, e dunque è come se non esistesse, specie nel momento paradossale in cui allievi “normali” dell’Accademia sono capaci di asfaltare gli Anormali. Di conseguenza, l’opera abbandona dichiaratamente ogni pretesa di serietà per intraprendere la strada della satira e del metafumetto.

E a proposito di “meta”, Medaka Box è forse l’opera più innovativa in tale senso.

Non parlo solo della famosa “quarta parete”, che pure è spesso superata in maniera brillante e originale. Medaka Box arriva a parlare di se stesso in terza persona, ossia il manga analizza il proprio stile e le proprie situazioni tramite personaggi creati ad hoc.

I protagonisti si ritrovano a discutere su quanto sia assurdo che l’antagonista possa nascondere una quintalata di armi sotto dei normali vestiti da liceale, l’adorabile antieroe parla tra virgolette (letteralmente, e tutti se ne accorgono), i caratteri stereotipati (dalla tsundere, alla yandere, fino al siscon perso) sono riconosciuti e stigmatizzati senza pietà.

Amatelo.

Amatelo.

Il punto a mio parere più alto e più delirante, tuttavia, lo si raggiunge nel terzo arco narrativo (dal volume undici). L’entrata in scena di Anshin’in, una specie di divinità onnipotente e onnipresente, mette a nudo le fondamenta stesse della narrazione, ponendoci di fronte al concetto di “protagonista” e a tutte le sue conseguenze, anche drammatiche.

A tal proposito, mi trovo a dover precisare qualcosa: se prima ho parlato di “abbandono della serietà”, ciò valeva solo per l’atteggiamento con cui la serie si approccia al proprio genere. Parlando invece dello stile grafico e della sceneggiatura, serietà è la parola d’ordine: il tratto è preciso e molto gradevole, il character design è studiatissimo e accattivante, l’evoluzione dei personaggi è credibile e i dialoghi non lasciano niente al caso (e quando dico niente, intendo proprio niente).

Non voglio fare spoiler, e dunque non dirò niente di più, ma sappiate che vi aspetta un’esperienza folle, completamente diversa da qualunque shonen abbiate letto precedentemente.

Based-sama

Vent'anni e ancora guarda i cartoni animati. Ha una D nel nome, ma non la sbatta di imparare a usare l'haki. Un villain nato, spreme sempre il tubetto del dentifricio dalla parte di mezzo.
Based-sama

Commenti

comments

A proposito di Based-sama

Vent'anni e ancora guarda i cartoni animati. Ha una D nel nome, ma non la sbatta di imparare a usare l'haki. Un villain nato, spreme sempre il tubetto del dentifricio dalla parte di mezzo.

I commenti sono chiusi.