I millennials sono una generazione banale?

In una normale sera d’estate, controllando cosa la TV poteva propormi, mi sono imbattuto in “Tutto l’amore che c’è” e, incuriosito dalla regia di Sergio Rubini, ho ceduto all’offerta. Il film narra delle vicende di alcuni giovani in una piccola città pugliese degli anni ’70 movimentata dall’arrivo di una famiglia borghese dal Nord: la pellicola mette molta carne al fuoco dipingendo tante sfumature di una società che nonostante l’evoluzione nel tempo ha conservato molti archetipi. In realtà, non è del film in se che voglio parlare (anche se ve ne consiglierei la visione) ma delle riflessioni scaturite dalla descrizione di un luogo e un tempo poco trattati dai media mettendolo a paragone con quelli della mia generazione.

In quella piccola società si nota sin da subito l’impatto delle ideologie del novecento e il quello che hanno portato nonostante il ritardo, indugiando sul ruolo della musica. Nonostante i prodotti culturali di quell’epoca siano facilmente reperibili e spesso anche abusati dai media, è difficile per noi ricostruire fedelmente cosa c’era oltre i media e di come effettivamente l’arte e la musica diventavano movimenti sociali e politici: la cosa diventa ancora più difficile visto che le generazioni precedenti, soprattutto tra gli intellettuali, continuano a osannare le scene urbane senza spiegarcele veramente. Ovviamente è più complesso ricreare un quadro storico completo che si intersechi con gli scenari politici, l’influenza dei vari tipi di droghe e tanti altri dettagli che oggi sono presenti in una summa molto mista.

Mi capita spesso di incappare nei racconti delle vecchie generazioni di giovani e con un po’ di invidia mi chiedo che fine abbiano fatto quei movimenti e che cosa abbiamo noi millennials in questi tempi. Ci raccontano spesso il mito tramontante di un secolo caratterizzato da grandi ideali e da grandi movimenti politici derivanti da questo e tutto quello che mi viene in mente, se provo a fare dei paragoni, è il 5 stelle che ha poco a che vedere con il concetto di movimento a cui mi riferisco, tuttavia spicca una sorta di alone magico, come se noi giovani d’oggi non potessimo reggere il confronto con i nostri predecessori.

Manifestazion anni '60

In realtà, non voglio mitizzare di nuovo la storia, sono ben conscio dei difetti delle scene e dei movimenti: non possiamo dimenticare dell’ignoranza e della vuotezza con cui spesso ci si conformava ai canoni di una scena solo per fuggire dal mainstream e dalle mode in generale, spesso senza abbracciare i veri disagi da cui partivano le scene urbane. Certo, non mancavano gli intellettuali e/o gli eclettici ma sono una stretta minoranza, quella che ricordiamo maggiormente. Il fatto è che di tutto questo polverone è rimasto solo un immaginario, infatti si parla di stili, di mode che per noi millennials sono solo dei modi di conformarsi e trovare un senso di identità. Il tutto avviene in modo completamente sterile e vuoto, spinto quasi sempre da un finto anticonformismo che implica solo lo schierarsi in fazioni stereotipi che non sono neanche in una vera competizione. In tutto ciò vince solo una vuotezza ideale, che per fortuna si rivela, spesso, solo una fase preadolescenziale.

Siamo evidentemente in un periodo di crisi: economica, sociale, artistica che mette in discussione le basi del primo mondo, anche se in realtà, non molto diversamente da come l’autocritica ha sempre fatto attraverso gli intellettuali. La musica sta diventando sempre meno originale, l’arte è nel delirio più totale e le ideologie dualistiche del novecento, già ampiamente deprecate, continuano a essere utilizzate in modo improprio. La società occidentale è ben riuscita a uccidere il Rock’n’roll e si sta prodigando a fare lo stesso con il Rap e per noi millennials è difficile essere creativamente innovativi se possiamo rifarci solo a quello che abbiamo intorno. Non è più possibile spostare i limiti della trasgressione senza cadere nel già visto (si prenda per esempio Miley Cyrus che scandalizza con cose già fatte) o semplicemente non ha più senso. Una grande speranza era la musica elettronica: aveva il grande potere di innovare ma è rimasta nell’underground per troppo tempo per poi essere ripescata nel modo sbagliato.

Gattino vaporwave

In realtà un’eccezione c’è: il Vaporwave.
La corrente musicale/artistica è effettivamente rappresentativa di una fetta non ignorabile di millennials: ingloba quel sentimento di inettitudine e di nostalgia nei confronti degli ultimi venti anni del ‘900 fuso a un fin troppo comune bisogno di escapismo. Il genere, in più, rappresenta molto bene il senso di decadenza, la critica agli eccessi di un periodo che invidia e l’innovazione nata dalla carenza di creatività (per intenderci, il forte campionamento di canzoni già esistenti) in modo molto sperimentale. Se, però, il Vaporwave non è diventato un colosso di questa generazione non è solo per la sua sgradevolezza, soprattutto nelle sue prime fasi. Per quanto possa essere un’ottimo rappresentante, rimane pur sempre un genere di nicchia, neanche così tanto intellettuale.

Allora cos’altro c’è? Onestamente, quando mi guardo intorno non riesco a vedere niente: la moda che ripropone vecchie tendenze senza reinterpretarle, ragazzi falsamente intellettuali, eserciti di persone fatte da stampini e tanta, troppa banalità. Probabilmente è quella la parola chiave per la generazione dei millennials. Onestamente, spero proprio di sbaglarmi e spero che con la fine della crisi, ci sia anche una ripresa culturale e una voglia ri cambiamento scevra da populismi.

Gioleppo

Gioleppo

Giovane, irascibile, presuntuoso e A E S T H E T I C.
Decisamente uno che si fa le menate.
Gioleppo

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A proposito di Gioleppo

Giovane, irascibile, presuntuoso e A E S T H E T I C. Decisamente uno che si fa le menate.

2 pensieri su “I millennials sono una generazione banale?

  1. Quello che emerge dall’articolo sembra quasi un sentimento di nostalgia, a mio avviso un po’ ingenuo, verso qualcosa che non abbiamo vissuto. Io personalmente cerco di vivere il presente senza preoccuparmi troppo di cosa ci abbia portati a questo ‘qui ed ora’. Tuttavia capisco il punto e penso che sia innegabile che le nuove generazioni siano sempre meno interessate alle questioni politiche e sociali, che si vivono solo come vicende da rivista scandalistica. Però mi sembra che un movimento ed una cultura ‘millenials’ ci sia, rappresentata dal mondo dei fumetti, certamente eredità del secolo scorso, ma che senza dubbio solo con il nuovo millennio è entrato nel mainstream. Trovo inoltre che nelle sue varie sfaccettature rappresenti abbastanza bene il nostro tempo: dalla satira (che rappresenta quell’autocritica cui fai riferimento) fino al fumetto supereroistico (nostalgico dei tempi in cui era più semplice distinguere tra buoni e cattivi) con tutto quello che c’è nel mezzo.

    • Effettivamente non ci ho pensato anche se un po’ si discosta da quello che comunemente si intende per movimento. Magari con una definizione più ampia ci può anche stare.