Nichijou: la straordinarietà dell’ordinario

Nel 2011, il mondo dell’animazione nipponica cambiò: la mai troppo glorificata Kyoto Animation realizzò un adattamento animato del popolare manga Nichijou, opera di Keiichi Arawi tuttora in corso. L’anime ebbe un impatto spaventoso: grazie alla facile diffusione garantita dal nuovo format, Nichijou uscì dalla ristretta nicchia dei lettori di scan e approdò ai popolosi lidi dello streaming, riscuotendo un vasto consenso.

L’opera, composta da un’unica stagione di ventisei episodi, è uno slice of life scolastico di genere comico. Non ha una vera e propria trama, in quanto le puntate si articolano in una serie di divertenti scenette autoconclusive incentrate sulla vita quotidiana dei protagonisti (Nichijou significa proprio “vita quotidiana”).

Fino a qui, niente di strano: il presupposto degli slice of life è proprio l’assenza di una trama organica, quindi questa caratteristica non ci stupisce. Tuttavia, ben presto emerge la reale natura di questa “vita quotidiana”, che di quotidiano dimostra di non avere proprio nulla.

Cominciamo dalle protagoniste.

Mai, Yukko e Mio nella sigla d’apertura.

In primo luogo abbiamo Yukko, Mio e Mai, tre liceali apparentemente normalissime. Conoscendole, tuttavia, si rivelano soggetti fuori dall’ordinario: Mai intaglia Buddha in miniatura e si dedica con invidiabile perseveranza a trollare Yukko nei modi più ingegnosi; Mio disegna yaoi sul senpai più gnocco della scuola e fallisce miseramente in qualunque attività sportiva, ma va in berserk sviluppando poteri mostruosi quando qualcuno sbircia i suoi disegni; Yukko, infine, è semplicemente se stessa, ma tanto basta a scuotere le fondamenta della realtà.

*Trolling intesifies*

È il secondo nucleo di protagonisti, però, a mettere definitivamente in discussione il significato del termine Nichijou. Parliamo di Nano, una timida ragazza androide con tanto di chiave a molla attaccata dietro la schiena; il Professore, la bambina di otto anni (!) che ha creato Nano; e Sakamoto-san, un gatto adottato dalle due che parla grazie a un foulard creato dal Professore e si dà le arie dell’uomo di casa.

Il Professore, Nano e la disperazione di avere un rotolo dolce nel braccio.

Dopodiché abbiamo personaggi più o meno secondari, che confermano la natura assurda di questa quotidianità. C’è Sasahara, che viene a scuola cavalcando una capra e scortato da un valletto che lo assiste persino nello sbottonarsi la patta; Tachibana, tsundere innamorata di Sasahara che dà sfogo al suo imbarazzo sparando addosso all’amato con armi estratte da quella che suppongo sia un’armeria extradimensionale (ah, l’amore); il preside Shinonome, che ingaggia uno scontro con un cervo e riesce a SUPLEXARLO OH MIO DIO.

L’amore è un missile rosa. <3

Insomma, diventa palese che dietro al titolo Nichijou ci sia un significato più vasto, qualcosa che giustifichi le più o meno deliranti situazioni in cui i protagonisti si trovano metodicamente incastrati.

In effetti, un indizio arriva già con il titolo internazionale dell’opera: My ordinary life, ossia La mia vita quotidiana. Insomma, quella mostrata in Nichijou è la vita quotidiana dei personaggi, non quella di noi spettatori. Noi osserviamo una realtà assolutamente straordinaria tramite personaggi che la considerano del tutto ordinaria, subendo un fenomeno di straniamento e assumendo così il loro punto di vista. È un procedimento, se vogliamo, simile a quello operato nel teatro dell’assurdo.

Ma c’è di più.

Lo Spettatore Attento™ potrebbe avere la tentazione di interpretare Nichijou in chiave psicologica. Secondo questa ottica, ogni cosa sarebbe assolutamente normale: Nano fingerebbe di essere un robot per giocare con la sua sorellina, il Professore, e occuparsi di lei in assenza dei genitori (verosimilmente morti); Tachibana sarebbe semplicemente una ragazza timida e scontrosa, che risponde con veemenza all’ingenuità di Sasahara dando l’idea di “sparargli addosso”; i bizzarri avvenimenti della scuola sarebbero solo invenzioni della mente di Yukko, studentessa svogliata e con la testa fra le nuvole sempre in cerca di eventi emozionanti.

F A T A L I T Y

Ebbene, lo Spettatore Attento™ sbaglierebbe: questi eventi non sono solo immagini metaforiche, poiché producono effetti ben visibili sul mondo esterno dimostrando di coincidere con la realtà oggettiva. Le bizzarrie di Nano non mancano di richiamare l’attenzione di chi la circonda, le reazioni di Yukko al dolore fisico producono esplosioni di energia che scoperchiano le case. Insomma, è tutto vero.

E così siamo al punto di partenza: cosa vuole dirci, Nichijou? La rivelazione ci viene servita su un piatto d’argento: “Le nostre vite quotidiane, in realtà, sono tali solo per una serie di piccoli miracoli”. Più chiaro di così.

Mio e la ginnastica estrema.

Nichijou, in definitiva, sconfina nel filosofico e afferma che lo straordinario è intrinseco nell’ordinario, e che ogni giorno ci offre un’illimitata quantità di eventi eccezionali e incredibili. Tutto sta nel saperli osservare.

Dal lato tecnico, Nichijou è ugualmente eccezionale: animato alla perfezione, con un design immediatamente riconoscibile e molto espressivo nonostante l’estrema semplicità del tratto, batte a tavolino molti pezzi da novanta. Un plauso va poi alle due opening, entrambe di Hyadain, e alla prima ending, cantata dall’angelica voce di Sayaka Sasaki.

Concludendo: vedetelo. Nichijou è un’esperienza formativa, un cartone animato che vi farà ridere, emozionare e riflettere. E speriamo che la seconda stagione arrivi presto.

Based-sama

Vent'anni e ancora guarda i cartoni animati. Ha una D nel nome, ma non la sbatta di imparare a usare l'haki. Un villain nato, spreme sempre il tubetto del dentifricio dalla parte di mezzo.
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A proposito di Based-sama

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