Polchinski: la voce nell’ombra

[Attenzione! La seguente analisi è ad altissimo contenuto di spoiler, e se ne consiglia la lettura solo dopo la visione della serie Polchinski.]

“Qualcuno si nasconde nell’ombra e vuole che Polchinski dica la verità.” Questo recita la semplice descrizione di Polchinski, serie di nove video pubblicati tra aprile e maggio del 2016 sul canale YouTube di Astutillo Smeriglia, autore di lavori come Preti e Training autogeno.

Polchinski nella prima puntata della serie, seduto sulla sua poltrona girevole.

Polchinski nella prima puntata.

In realtà, a livello di trama, non c’è molto altro da dire: l’intera serie, composta da episodi di pochi minuti, ci mostra il logorante interrogatorio a cui è sottoposto il protagonista Krzysztof Polchinski. Le domande sono poste da un misterioso interlocutore che non si lascia mai guardare in faccia e cerca continuamente di mettere Polchinski a disagio, e l’interrogatorio è condotto in una stanza buia e umida.

Tuttavia, sin dal primo episodio (che trovate qui) c’è qualcosa che non torna: Polchinski non ha paura. Nonostante le domande autoritarie e inquisitorie del suo aguzzino, l’uomo non sembra mai spaventato dalla situazione; piuttosto, l’elegante professore di Kung-Fu rimane sorpreso dalla natura sciocca e frivola di alcuni quesiti o al più seccato. Comodamente seduto su una sgangherata sedia girevole, l’uomo risponde con indifferenza e fastidio e chiede più e più volte di potersene andare.

Polchinski esibisce tutto il proprio distacco sorseggiando un Martini durante l'interrogatorio.

Il volto della paura. Circa.

Anche il carceriere, d’altro canto, pare ben poco “professionale”: le sue domande sono banali e insensate, il suo atteggiamento è ben poco persuasivo, il suo tono oscilla tra cattiveria e tenerezza. Benché tenti di mostrarsi autorevole, il misterioso secondino è incapace di ridurre Polchinski all’obbedienza e lascia che il mite ometto lo scavalchi con insospettabili scatti di nonsense. Il peggio che sappia fare è ricordare continuamente a Polchinski la sua “disdicevole” natura. Insiste sul fatto che Polchinski sia una persona profondamente e irrimediabilmente disdicevole, disgustosa, senza orecchio musicale, ma non lo picchia né lo costringe a rispondere. Lo lascia fare, al punto che l’uomo è perfino libero di alzarsi e andarsene (salvo poi tornare dopo una telefonata del suo aguzzino). Nulla sembra avere un senso.

Polchinski si alza in piedi ed esclama

Ci si diverte come si può.

Con il tempo, tuttavia, le cose diventano particolarmente sgradevoli sia per Polchinski che per lo spettatore, e compaiono dei temi (la gravidanza, i bambini), che sembrano turbare molto Polchinski. La serie si evolve verso situazioni in cui l’insensatezza ci fa perdere di vista il motivo dell’interrogatorio (che in realtà non ci viene mai rivelato), e l’insistenza della voce fuoricampo che torchia Polchinski finisce col metterci a disagio. Perché Polchinski si trova qui? Perché continuano a interrogarlo e perché le domande che gli vengono rivolte sono così assurde? Perché deve dire la verità e qual è questa verità? Oltretutto, già nelle prime puntate ci viene detto che ogni parola dell’uomo è registrata, scomposta e ricomposta “a seconda delle necessità”. Insomma, la “verità” in questione diventa un concetto alquanto bizzarro.

E poi, il finale. Con un eccezionale colpo di scena, Polchinski ha un crollo e si toglie la vita con un colpo di pistola. Subito dopo, però, il suo carnefice lo richiama all’ordine intimandogli di smetterla, e l’uomo riprende conoscenza, ricomponendosi e chiedendo scusa. Verrebbe da pensare a un’altra trovata di nonsense, ma gli elementi per far pensare che l’uomo sia morto ci sono tutti: lo sparo c’è stato, il sangue ha macchiato la parete e Polchinski stesso continua a sanguinare. Per di più, l’espressione dell’uomo al momento di suicidarsi è realmente disperata, vuota.

La sedia di Polchinski senza il protagonista, uscito momentaneamente dalla scena.

Ansia.

Ci torna in mente il primo episodio della serie, in cui vediamo Polchinski con la fronte insanguinata. Ed ecco che quella che inizialmente somigliava a una serie comica e leggera si trasforma in qualcosa di più simile a un horror che a una commedia. E se Polchinski fosse già morto e questo interrogatorio fosse un supplizio eterno a cui l’uomo è stato condannato per espiare una colpa indicibile? E se quello a cui noi assistiamo non fosse altro che un dialogo dell’uomo con la propria coscienza, che lo accusa di ogni sua mancanza fino a fargli desiderare la morte a causa del suo sentirsi “disdicevole”? Non esiste risposta, e qualunque spiegazione noi possiamo proporre non sarebbe altro che una supposizione. La serie costruisce uno scenario onirico e aberrante, in cui tanto la spiegazione psicologica quanto quella soprannaturale diventano verosimili.

E per finire, il tutto è corredato da un comparto tecnico di ottimo livello. Venti minuti di serie sono più che sufficienti a mostrare tutta la bravura di Astutillo Smeriglia, esaltata peraltro da una magistrale opera di doppiaggio e da una gestione dei tempi narrativi che riesce a far sorridere nelle fasi iniziali, ma che produce un angoscioso fenomeno di straniamento dal sesto episodio in poi. Crudo, visionario ed essenziale, Polchinski è il vero horror di cui Internet ha bisogno, nonché la dimostrazione che perfino YouTube Italia può ospitare contenuti di qualità.

Based-sama

Based-sama

Vent'anni e ancora guarda i cartoni animati. Ha una D nel nome, ma non la sbatta di imparare a usare l'haki. Un villain nato, spreme sempre il tubetto del dentifricio dalla parte di mezzo.
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A proposito di Based-sama

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