Separatisti, non riesco a comprendervi

Nonostante il periodo non manchi di frizzantezza, l’Europa non riesce a stare buona buona, e non poteva farsi mancare dei tumulti interni in Spagna da parte dei separatisti catalani per il negato referendum sulll’indipendanza. Analizzare come si è arrivati a questa situazione, non solo sarebbe fuori dalla mia portata, ma soprattutto fuori dal mio interesse. Onestamente non mi interessa neanche scendere nei dettagli o pensare alle possibili conseguenze di un tale evento. Quello che mi interessa è cercare di capire, a livello più in generale, da cosa può dipendere un desiderio di separatismo, visto che movimenti del genere abbondano.

Per farlo, bisogna prima di tutto introdurre il concetto di nazione: non esistendo una definizione univoca, bisognerà che vada un minimo a fondo. La difficoltà di darne una definizione univoca dipende dal fatto che è un concetto nato nell’ottocento e definito sempre in modo molto astratto e fumoso rivestito di tutta la pomposità tipica della filosofia ottocentesca. Se ciò non bastasse bisogna contare che il concetto si è evoluto nel tempo e i vari tentativi di svecchiarlo senza arrivare a una soluzione soddisfacente. Il concetto, inoltra, va per sua natura a incrociarsi con i concetti di Stato e di patria: un bel minestrone. A mio avviso l’intero concetto è ormai anacronistico e i tentativi di ringiovanirlo sono più stupidi che inutili e tra poco capirete perché.

Separatisti catalani

Proviamo allora a capire cosa cosa individua una nazione piuttosto che cercare di darne una definizione e quanto queste incidano nella formazione degli Stati. Solitamente si pensa alla nazione come un popolo unito da fattori quali l’etnia, la lingua, la religione e una comune radice storica. In realtà nessuna di queste componenti arriva a dare una sintesi davvero soddisfacente. Partiamo dall’etnia, che ingloba in parte anche alcuni degli elementi successivi: anche questo è un concetto abbastanza difficile da manovrare perché astratto e dai confini molto labili. Può l’etnia essere sufficiente per dei movimenti separazionisti? Se pensiamo a situazioni come il Kurdistan o la frammentazione dell’ex Jugoslavia ci verrebbe da dire di sì. Beh, in realtà non basta, si pensi a posti come gli Stati Uniti, nato come ambiente multiculturale e costantemente soggetta a infiltrazioni estere: non è forse uno stato con una propria identità che ha sempre fatto del suo essere un “melting pot” un punto di forza?

Lo stesso vale per molti altri posti europei, dove a parte la creazione di microcosmi come Londra, stanno sopravvivendo abbastanza bene alle varie ondate migratorie post-coloniali pur mantenendo una identità nazionale.
Proviamo allora con la lingua. Beh, ancora più facilmente non ci siamo, sebbene la lingua madre influenzi pesantemente la forma mentis di un individuo, ancora non basta: basti pensare a paesi come la Svizzera dove convivono tranquillamente 3 lingue in una confederazione o al fatto che vari Stati con la stessa lingua siano nazioni culturalmente molto diverse. Per quanto riguarda la religione, non vale nemmeno la pena spendersi troppo: è facile pensare ai tanti conflitti e gli Stati nati da un’identità religiosa ma le identità nazionali sopravvivono anche alla secolarizzazione, l’ateismo e le ondate migratorie. Nel terzo millennio non è più una motivazione sufficiente.

Passiamo allora all’aspetto storico, che può sembrare il fattore più convincente ma che in realtà pone tutta una serie di interrogativi: quanto indietro bisogna tornare per legittimare una nazione? Dobbiamo tornare indietro di 2000 anni come per le pretese sioniste in Israele? E per le separazioni come le guerre in Korea? La Cina dovrebbe avere un legittimo desiderio di riconquista? E il Giappone?
Superando anche questi interrogativi la radice storica sembra essere molto interessante: si pensi all’Italia nata per un desiderio storico, più simile a un capriccio in realtà e unita veramente solo con la prima guerra mondiale dove il sodalizio contro il nemico e la sofferenza per una causa comune sono state il vero cemento di un popolo altrimenti molto diviso. Questo ragionamento può funzionare, ma allo stesso tempo non giustifica la labilità dei confini e soprattutto situazioni particolari come l’annessione della Crimea alla Russia o il desiderio separatista della provincia autonoma di Bolzano.

Allora cos’è la nazione, è uno spirito collettivo nato da fattori non controllabili? È forse un sentimento che nasce solo per emulazione di gruppo o se inculcato? In tal caso in cosa differisce dal patriottismo? Ancora una volta l’Italia diventa un paese molto interessante da analizzare. Il patriottismo e il sentimento nazionale (quasi nazionalista) sembra un’esclusiva degli attivisti di estrema destra, anche se per fortuna sappiamo che non è così. D’altro canto esistono molti sentimenti identitari a vari livelli: quasi ogni italiano sentirà una forte appartenenza regionale fino ad arrivare a casi estremi come quello sardo in cui davvero si vede una netta visione diversa della vita e un rapporto morboso col territorio che diventa del tutto inspiegabile per chi non ci è nato. Io personalmente non posso che osservarlo da lontano senza riuscire veramente a comprenderlo.
Un altro caso altrettanto interessante e opposto sono gli Stati Uniti dove esiste un fortissimo senso patriottico e un’identità nazionale che però viene costantemente inculcata fino al ridicolo.

separatista padano

Verrebbe allora da pensare: il sentimento nazionale è forse un qualcosa che può solo essere inculcato. Se così fosse renderebbe allo stesso modo ridicoli sia i movimenti separatisti che l’orgoglio unitario o peggio ancora quelli che fanno del proprio Stato una vera e propria religione. Si potrebbe pensare allora che è un sentimento che nasce dall’ignoranza. Onestamente non mi soddisfa, semmai penserei che nasce dall’ingenuità più che dall’ignoranza.

D’altro canto continuo a non capire: io personalmente non riesco a sentirmi legato al mio territorio nonostante ne veda le ovvie influenze sulla mia visione del mondo. Allo stesso modo devo uscire dall’Europa prima di trovare delle differenze tanto significative da perdere un’identità culturale unica nonostante la scoperta di quanto sia sempre lo stesso l’animo umano stringendo amicizie con gente di altri continenti. Mi rendo conto che se dovessi trasferirmi all’estero lo shock culturale sarebbe ben più forte di quello di un trasferimento da una regione all’altra ma i miei unici due scogli sarebbero l’assenza di bidet e la perdita di espressività dovuta dall’abbandono della mia lingua madre.
D’altro canto non riesco nemmeno a sentirmi orgoglioso della mia italianità perché non è qualcosa di mio, di personale, sarebbe stupido e facile porre come merito ciò che in realtà è stato costruito da altri, magari ancora prima che esistesse un’Italia unita.

Morale della favola: dati gli evidenti svantaggi economici di un’indipendenza e di come la soluzione più sensata per l’Europa sarebbe una unità nazionale dell’EU, io proprio non riesco a capire. Dopo questa filippica ancora non riesco ad arrivare a un vero e proprio ius del discorso, pertanto continuo a chiedermi, che senso ha essere separatisti oggi, soprattutto se sei membro di uno Stato dell’UE. Come si può fare una questione di Stato per un capriccioso senso di gruppo ingiustificabile a livello singolo? Non lo so, ma spero di trovare una risposta.

 

 

Gioleppo

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Giovane, irascibile, presuntuoso e A E S T H E T I C.
Decisamente uno che si fa le menate.
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